Trasferimento della coscienza: l’antico sogno di sconfiggere la morte

Trasferimento della coscienza: l'antico sogno di sconfiggere la morte

Dal mito di Gilgamesh alle dichiarazioni di Elon Musk: il trasferimento della coscienza potrebbe davvero permetterci di sconfiggere la morte?

Quando Gilgamesh vide morire il suo amico Enkidu, qualcosa cambiò per sempre nel suo modo di guardare il mondo. Per la prima volta comprese davvero che anche lui, un giorno, sarebbe morto. Cominciò allora un viaggio alla ricerca dell’immortalità, inseguendo la possibilità di sottrarsi a un destino che accomuna tutti gli esseri viventi. Sono trascorsi millenni da quando quell’angoscia venne affidata alle tavolette d’argilla della Mesopotamia, ma la domanda non ha mai smesso di accompagnarci. Oggi non cerchiamo più una pianta miracolosa capace di restituirci la giovinezza: immaginiamo di trasferire i nostri ricordi, la nostra personalità e forse persino la nostra coscienza all’interno di una macchina. È la prospettiva del trasferimento della coscienza, una delle ipotesi più radicali dell’epoca digitale. Ma se riuscissimo davvero a costruire una mente capace di pensare come noi, avremmo sconfitto la morte oppure inventato un nuovo modo di lasciare una traccia della nostra esistenza?

L’immortalità, il più antico desiderio dell’uomo

L’Epopea di Gilgamesh, una delle più antiche testimonianze letterarie dell’umanità, racconta la ricerca disperata di un uomo che, dopo aver conosciuto la morte attraverso la perdita dell’amico, non riesce più ad accettare la propria finitudine.

Gilgamesh intraprende un viaggio per incontrare Utnapishtim, l’uomo al quale gli dèi hanno concesso la vita eterna. Scoprirà che l’immortalità non appartiene alla condizione ordinaria degli esseri umani e che perfino la possibilità di recuperare la giovinezza può sfuggire di mano. Il suo ritorno a Uruk non coincide con la conquista dell’eternità, ma con una diversa consapevolezza del proprio destino.

In questa storia antichissima troviamo una tensione che attraverserà tutta la storia del pensiero: l’essere umano sa di dover morire, ma fatica ad accettare che la propria esistenza sia destinata a interrompersi.

Le civiltà hanno elaborato risposte differenti. Nell’antico Egitto, la conservazione del corpo e i rituali funerari erano legati alla possibilità di una sopravvivenza nell’aldilà. La filosofia greca si interrogò sulla natura e sull’immortalità dell’anima, mentre le tradizioni religiose svilupparono concezioni diverse della vita oltre la morte. Altre ricerche si rivolsero al prolungamento dell’esistenza terrena, attraverso pratiche alchemiche, preparati e discipline del corpo.

Non tutte queste aspirazioni coincidevano con il desiderio di vivere indefinitamente. Alcune immaginavano la sopravvivenza di una componente spirituale, altre una trasformazione dell’esistenza. Ciò che le accomunava era il tentativo di pensare una continuità oltre la dissoluzione fisica.

La modernità scientifica ha trasformato profondamente questa aspirazione. I progressi della medicina hanno reso possibile intervenire su fenomeni che per millenni erano apparsi inevitabili. La morte non è diventata meno certa, ma molte delle sue cause possono oggi essere prevenute, ritardate o curate.

Nell’orizzonte contemporaneo del transumanesimo, una corrente di pensiero che considera possibile e auspicabile il superamento di alcuni limiti biologici attraverso la tecnologia, la questione si spinge ancora oltre. Se il corpo è vulnerabile, soggetto all’invecchiamento e destinato alla dissoluzione, perché non immaginare che ciò che consideriamo essenziale della persona possa continuare a esistere indipendentemente da esso?

È qui che il desiderio di immortalità incontra le neuroscienze e l’informatica. L’obiettivo non sarebbe più soltanto prolungare la vita biologica, ma trovare un supporto alternativo alla mente stessa.

Dall’anima al codice: che cosa significa il trasferimento della coscienza

L’espressione inglese mind uploading, spesso tradotta come caricamento della mente o trasferimento della coscienza, indica l’ipotesi di riprodurre su un supporto artificiale le informazioni e i processi che costituiscono il funzionamento mentale di una persona.

L’idea parte da una premessa: se pensieri, ricordi ed emozioni dipendono dall’organizzazione e dall’attività del cervello, una conoscenza sufficientemente approfondita di tale organizzazione potrebbe consentire, almeno teoricamente, di ricostruirne il funzionamento in un sistema informatico.

Non si tratterebbe semplicemente di archiviare ricordi come fotografie o documenti su un computer. L’ambizione sarebbe riprodurre i processi attraverso i quali una persona pensa, riconosce, apprende e prende decisioni.

Una delle strade teoriche più discusse è la whole brain emulation, ovvero l’emulazione dell’intero cervello. Il progetto consisterebbe nel ricostruire con sufficiente fedeltà la struttura e il funzionamento di un cervello biologico, per poi simularli attraverso un sistema computazionale.

La difficoltà, tuttavia, è immensa.

Il cervello umano comprende decine di miliardi di neuroni, collegati attraverso un numero straordinario di sinapsi. Queste connessioni costituiscono una rete dinamica, nella quale l’attività elettrica e i processi chimici contribuiscono continuamente al funzionamento cerebrale.

Nell’ottobre 2024, un gruppo internazionale di ricercatori del consorzio FlyWire ha pubblicato sulla rivista scientifica Nature un risultato importante: la ricostruzione delle connessioni neuronali dell’intero cervello di una femmina adulta di Drosophila melanogaster, il comune moscerino della frutta.

La mappa comprende 139.255 neuroni e oltre 50 milioni di sinapsi. Un risultato straordinario, che mostra però quanto sia complesso ricostruire anche un cervello enormemente più semplice di quello umano.

Soprattutto, conoscere le connessioni non significa necessariamente comprenderne l’intero funzionamento.

Una mappa dettagliata delle strade di una città non ci dice, da sola, quali persone le stiano percorrendo, dove siano dirette o quali decisioni prenderanno. Analogamente, la struttura delle connessioni neuronali rappresenta una parte essenziale dell’informazione, ma non esaurisce necessariamente tutto ciò che occorre per riprodurre l’attività di un cervello.

Nel settembre 2026, il McGovern Institute del Massachusetts Institute of Technology ha pubblicato un confronto tra diversi ricercatori proprio sulla possibilità di effettuare il trasferimento delle coscienza in una macchina.

Le posizioni emerse sono differenti. Alcuni studiosi considerano l’ipotesi plausibile almeno in linea di principio, mentre altri sottolineano che non conosciamo ancora abbastanza il cervello per stabilire quali informazioni dovrebbero essere acquisite e quali processi riprodotti.

Ma esiste un problema ancora più profondo: anche se riuscissimo a simulare perfettamente un cervello, quella simulazione avrebbe una coscienza?

Un sistema artificiale potrebbe riprodurre il modo in cui una persona risponde alle domande, riconosce un volto o recupera un ricordo. Ma sarebbe anche capace di provare qualcosa? Avrebbe la sensazione di esistere, di percepire il mondo, di essere qualcuno?

La scienza non dispone ancora di una risposta condivisa. Ed è proprio questa incertezza a separare la possibilità di costruire una simulazione della mente dalla promessa di trasferire effettivamente una coscienza.

Elon Musk e la promessa di una mente senza corpo

L’ipotesi del trasferimento della coscienza ha recentemente conquistato nuova visibilità grazie alle dichiarazioni di Elon Musk, imprenditore alla guida di Tesla e fondatore di Neuralink, azienda impegnata nello sviluppo di interfacce tra cervello e computer.

Il 6 novembre 2025, durante l’assemblea annuale degli azionisti Tesla, Musk ha risposto a una domanda sulla possibilità di effettuare il rasferimento delle coscienza umana all’interno di Optimus, il robot umanoide sviluppato dall’azienda.

Nella sua risposta ha immaginato che, grazie a una tecnologia come quella di Neuralink, possa diventare possibile acquisire una rappresentazione approssimativa della mente di una persona e caricarla successivamente in un corpo robotico.

Secondo la sua previsione, una tecnologia simile potrebbe diventare realizzabile in meno di vent’anni.

Musk ha però precisato che la persona risultante non sarebbe esattamente identica all’originale: la rappresentazione mentale sarebbe imperfetta e il nuovo corpo robotico comporterebbe inevitabilmente delle differenze.

Non si tratta dunque dell’annuncio di una tecnologia già disponibile né della dimostrazione che una coscienza possa essere trasferita da un organismo biologico a una macchina. È una previsione sul futuro, formulata da un imprenditore direttamente coinvolto nello sviluppo delle tecnologie che potrebbero contribuire a esplorare questa possibilità.

Per comprenderne la portata occorre distinguere ciò che Neuralink sta effettivamente realizzando da ciò che Musk immagina possa diventare possibile.

Neuralink sviluppa interfacce cervello-computer, dispositivi progettati per acquisire determinati segnali dell’attività cerebrale e tradurli in comandi destinati a strumenti esterni.

Nelle sperimentazioni cliniche, questa tecnologia viene studiata per consentire a persone con gravi paralisi di controllare un computer attraverso l’attività neuronale associata all’intenzione di movimento.

Per esempio, una persona può immaginare di muovere la mano e utilizzare i segnali cerebrali corrispondenti per spostare un cursore sullo schermo.

È una prospettiva di grande rilevanza per la medicina riabilitativa, ma il salto concettuale rispetto al trasferimento della coscienza è enorme.

Interpretare un’intenzione motoria non equivale a leggere i ricordi di un individuo, ricostruirne la personalità o riprodurne l’intera attività mentale. Soprattutto, non significa trasferire il soggetto che sperimenta quei pensieri.

Le dichiarazioni di Musk hanno comunque un valore culturale significativo, indipendentemente dalla loro effettiva realizzabilità.

Per millenni l’immortalità è stata immaginata come una condizione spirituale, un privilegio divino o una trasformazione del corpo. Nella prospettiva tecnologica contemporanea, invece, l’essere umano comincia a immaginare se stesso come un insieme di informazioni e processi che potrebbero continuare a funzionare su un supporto differente.

Ma questa visione solleva una domanda alla quale la tecnologia, da sola, non può rispondere: una mente ricostruita artificialmente sarebbe davvero la continuazione della persona originaria?

Se la copia pensa di essere me, sono ancora io?

Immaginiamo che un giorno una tecnologia sufficientemente avanzata riesca a riprodurre integralmente la nostra mente all’interno di un computer.

La copia digitale possiede tutti i nostri ricordi. Riconosce le persone che abbiamo amato, ricorda l’infanzia, conosce le nostre paure e conserva le esperienze che hanno contribuito a formare la nostra personalità.

Se le domandassimo chi è, risponderebbe con il nostro nome. Potrebbe raccontare episodi della nostra vita con la stessa precisione con cui li racconteremmo noi. Forse sarebbe persino profondamente convinta di essere la continuazione della nostra esistenza.

Ma immaginiamo che, al termine della procedura, il nostro cervello biologico sia ancora perfettamente funzionante.

Ci troveremmo davanti a due individui che condividono gli stessi ricordi fino al momento della duplicazione, ma che da quell’istante cominciano a vivere esperienze differenti.

Chi dei due sarebbe la persona originale?

La domanda introduce uno dei problemi più affascinanti della filosofia: quello dell’identità personale, ovvero che cosa renda una persona la stessa nel corso del tempo, nonostante i cambiamenti del corpo, della memoria e della personalità.

Già nel XVII secolo, John Locke aveva affrontato questo interrogativo nel suo Saggio sull’intelletto umano, attribuendo alla continuità della coscienza un ruolo fondamentale nel riconoscimento di noi stessi come persone.

Questa concezione apre una possibilità interessante: se l’identità personale non dipendesse esclusivamente dalla permanenza dello stesso corpo, potrebbe almeno teoricamente continuare attraverso un supporto differente?

Il problema è che possedere gli stessi ricordi non equivale necessariamente a essere lo stesso individuo.

Il filosofo britannico Derek Parfit ha esplorato questo interrogativo nel libro Reasons and Persons, pubblicato nel 1984, attraverso esperimenti mentali che anticipano molti problemi dell’attuale dibattito sul trasferimento digitale.

In uno dei suoi scenari immagina un dispositivo di teletrasporto capace di registrare completamente le caratteristiche fisiche e mentali di una persona e ricostruirla altrove.

La versione ricostruita possiede gli stessi ricordi e la stessa personalità dell’originale. Ma se il procedimento non distruggesse il corpo di partenza e producesse un duplicato, come potremmo sostenere che entrambe le persone siano, in senso stretto, un unico individuo?

Parfit utilizza situazioni di questo genere per mettere in discussione l’idea che l’identità personale sia sempre un fatto semplice e assoluto. Nella sua riflessione, la continuità psicologica può avere un’importanza maggiore della conservazione di una rigida identità individuale.

Applicata al trasferimento della coscienza, questa prospettiva apre un interrogativo decisivo.

Potremmo immaginare una copia digitale perfettamente convincente, senza poter stabilire che il soggetto originario abbia effettivamente proseguito la propria esperienza.

La copia potrebbe pensare, ricordare, provare emozioni e sviluppare una propria coscienza. Ma questo non dimostrerebbe necessariamente che la coscienza dell’individuo biologico si sia trasferita in essa, anziché aver dato origine a una nuova esperienza soggettiva.

È qui che la promessa tecnologica incontra il suo limite filosofico più difficile.

Se un giorno riuscissimo a trasferire tutte le informazioni necessarie a ricostruire una mente, avremmo forse dimostrato che alcuni aspetti fondamentali di una persona possono sopravvivere al suo corpo. Ma per poter parlare di immortalità personale dovremmo affrontare una questione ulteriore: che cosa significa, esattamente, continuare a essere se stessi?

L’uomo che cercava la vita eterna nella Mesopotamia di migliaia di anni fa e gli scienziati che oggi studiano la possibilità di riprodurre un cervello attraverso strumenti informatici sembrano appartenere a universi lontanissimi. Eppure, al centro delle loro ricerche troviamo una domanda sorprendentemente simile: esiste un modo per sottrarre la nostra identità alla fine del corpo?

Non sappiamo se il trasferimento della coscienza diventerà mai possibile. Ma questa ipotesi ci costringe già a ripensare alcune delle convinzioni più profonde che abbiamo su noi stessi.

Siamo il nostro corpo, la nostra memoria, la nostra attività cerebrale o qualcosa che nasce dall’intreccio inseparabile di tutte queste dimensioni?

Forse la sfida più grande non sarà insegnare a un computer a pensare come noi, ma comprendere che cosa, in tutto ciò che siamo, rende la nostra esistenza irripetibilmente nostra.

Perché il sogno di Gilgamesh non era semplicemente lasciare qualcosa dietro di sé. Era continuare a esserci. Ed è proprio questa, ancora oggi, la promessa che nessuna tecnologia è riuscita a mantenere.


Bibliografia

  1. George AR, editor and translator. The Babylonian Gilgamesh Epic: Introduction, Critical Edition and Cuneiform Texts. Oxford: Oxford University Press; 2003.
  2. Locke J. An Essay Concerning Human Understanding. London: Thomas Basset; 1690. Book II, Chapter XXVII: Of Identity and Diversity.
  3. Parfit D. Reasons and Persons. Oxford: Clarendon Press; 1984. https://doi.org/10.1093/019824908X.001.0001.
  4. Dorkenwald S, Matsliah A, Sterling AR, et al; FlyWire Consortium. Neuronal wiring diagram of an adult brain. Nature. 2024;634:124-138. https://doi.org/10.1038/s41586-024-07558-y.
  5. McGovern Institute for Brain Research, Massachusetts Institute of Technology. Can (and should) consciousness be uploaded to a machine? Cambridge (MA): MIT; 2026 Sep 2. https://mcgovern.mit.edu/2026/09/02/can-and-should-consciousness-be-uploaded-to-a-machine/.
  6. Neuralink. PRIME Study: Precise Robotically Implanted Brain-Computer Interface. https://neuralink.com/pdfs/PRIME-Study-Brochure.pdf.
  7. Tesla Inc. 2025 Annual Shareholder Meeting. Austin (TX); 2025 Nov 6. https://www.tesla.com/2025shareholdermeeting.


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