Sopprimere un animale domestico: quando prendere la decisione più difficile

Sopprimere un animale domestico: quando prendere la decisione più difficile

Ci sono giorni in cui un animale anziano si alza più lentamente, rifiuta una parte del pasto o sembra cercare un angolo appartato della casa. In altri momenti torna a guardare il proprio umano, accetta una carezza, si interessa a un odore familiare e sembra smentire ogni previsione. È spesso dentro questa alternanza, tra un peggioramento che allarma e un piccolo ritorno alla vita che riaccende la speranza, che comincia a prendere forma la domanda più dolorosa: quando è giusto sopprimere un animale?

La parola stessa può apparire dura. “Sopprimere” sembra indicare l’eliminazione di qualcosa, mentre chi vive accanto a un cane, a un gatto o a un altro animale da compagnia non vede davanti a sé qualcosa da eliminare, ma un essere con il quale ha condiviso abitudini, stanze, stagioni della vita e forme di comunicazione che non hanno avuto bisogno di parole. In medicina veterinaria si parla più propriamente di eutanasia, termine che deriva dal greco e richiama l’idea di una “buona morte”: una morte provocata intenzionalmente da un medico veterinario, attraverso procedure finalizzate a evitare dolore, paura e stress, quando la prosecuzione della vita espone l’animale a una sofferenza non più accettabile.

Questa definizione, tuttavia, non rende la decisione semplice. Stabilire quando una vita non sia più sufficientemente vivibile non equivale a misurare un parametro isolato. Non basta sapere che una malattia è incurabile, perché molte patologie incurabili possono essere controllate per mesi o per anni. Non basta osservare che l’animale è anziano, perché la vecchiaia non è una malattia. Non basta nemmeno constatare la presenza di dolore, se quel dolore può essere trattato efficacemente. La questione decisiva è un’altra: quale esperienza della propria esistenza sta ancora avendo quell’animale e quanto è possibile proteggerla attraverso cure proporzionate?

Sopprimere un animale non significa arrendersi alla malattia

Quando una diagnosi grave entra nella vita di una famiglia, il primo impulso è spesso quello di combattere. Si cercano specialisti, esami, terapie, interventi chirurgici e nuove possibilità. È un movimento comprensibile, perché curare è uno dei modi attraverso i quali esprimiamo l’attaccamento. Finché esiste una ragionevole prospettiva di miglioramento o di controllo dei sintomi, la terapia può restituire all’animale tempo di buona qualità, non soltanto tempo biologico.

Arriva però un momento, in alcune malattie, in cui il rapporto tra benefici e gravosità delle cure cambia. Un trattamento che inizialmente permetteva al cane di camminare senza dolore può non essere più sufficiente. Una terapia oncologica ben tollerata può perdere efficacia. Un gatto con insufficienza renale cronica può non riuscire più a mantenere un’idratazione adeguata nonostante i trattamenti. Una patologia cardiaca o respiratoria può produrre episodi di affanno sempre più frequenti. In questa fase, continuare a fare tutto ciò che è tecnicamente possibile non coincide necessariamente con il fare ciò che è migliore per il paziente.

Le linee guida dell’American Animal Hospital Association e dell’International Association for Animal Hospice and Palliative Care descrivono le cure di fine vita come un percorso centrato sull’animale e sulla famiglia, nel quale l’obiettivo non è più soltanto prolungare la sopravvivenza, ma massimizzare il comfort, ridurre la sofferenza e accompagnare il declino in modo consapevole. La medicina palliativa veterinaria può comprendere analgesia, controllo della nausea, sostegno nutrizionale, gestione delle difficoltà respiratorie, modifiche dell’ambiente domestico, fisioterapia e assistenza nelle attività quotidiane. L’hospice veterinario costituisce la fase più avanzata di questo approccio e include anche la pianificazione delle crisi prevedibili e delle modalità con cui potrà avvenire la morte.

L’eutanasia, dunque, non dovrebbe essere pensata come l’alternativa alle cure, ma come una possibile parte delle cure di fine vita. Può diventare l’ultimo atto di una medicina che, non potendo più guarire, continua ad assumersi il compito di proteggere. Il Codice deontologico della Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari Italiani afferma infatti che l’eutanasia è un atto esclusivamente medico veterinario, guidato dall’etica professionale, praticabile per evitare all’animale sofferenza psicofisica o dolore inaccettabili. Al veterinario spetta inoltre garantire che l’interruzione della vita avvenga con il massimo rispetto e nella maggiore assenza possibile di dolore e stress, secondo le conoscenze scientifiche disponibili.

Non si tratta, quindi, di decidere se si ama abbastanza l’animale da continuare a curarlo o se si ha il coraggio di lasciarlo andare. Una simile contrapposizione è ingiusta. La vera domanda è se le cure siano ancora capaci di restituirgli una vita che, dal suo punto di vista, conservi una prevalenza di esperienze tollerabili o positive.

La qualità della vita vista dalla parte dell’animale

“Qualità della vita” è un’espressione molto usata, ma può restare vaga finché non viene tradotta nell’esperienza concreta dell’animale. Non indica soltanto l’assenza di dolore. Comprende la capacità di respirare senza angoscia, alimentarsi e bere in modo sufficiente, riposare, mantenere un minimo di mobilità, espletare le funzioni fisiologiche senza disagio estremo, interagire con l’ambiente e provare ancora interesse per ciò che ha sempre avuto valore.

Un cane che non può più compiere lunghe passeggiate può avere una buona qualità della vita se riesce ad alzarsi, raggiungere il giardino, mangiare volentieri, dormire senza dolore e cercare il contatto con le persone. Un gatto che trascorre molte ore riposando non sta necessariamente soffrendo: potrebbe comportarsi in modo coerente con l’età e con la propria natura. Al contrario, un animale che mangia ancora non è automaticamente un animale che sta bene. L’appetito è un indicatore importante, ma non può compensare crisi respiratorie, dolore incontrollabile, nausea persistente, paura, disorientamento grave o incapacità di riposare.

La valutazione richiede di osservare l’insieme e, soprattutto, il cambiamento rispetto alla personalità e alle abitudini precedenti. Un gatto socievole che smette di cercare le persone, si nasconde costantemente e reagisce con irritazione al contatto potrebbe comunicare dolore o malessere. Un cane abituato a seguire il proprietario che rimane immobile, non perché rilassato ma perché ogni movimento è faticoso, sta offrendo un’informazione diversa da quella contenuta in un singolo esame di laboratorio.

Le linee guida della World Small Animal Veterinary Association sottolineano che il benessere animale deve essere valutato considerando insieme stato fisico, comportamento, possibilità di esprimere attività rilevanti per la specie e stato emotivo. Anche il dolore deve essere riconosciuto attraverso una combinazione di osservazioni comportamentali, dati clinici e risposta ai trattamenti, perché gli animali non sempre manifestano la sofferenza in modo evidente. In particolare, i gatti possono ridurre i movimenti, nascondersi o modificare silenziosamente le proprie abitudini, mentre alcuni cani continuano a interagire con la famiglia anche in presenza di un’importante condizione dolorosa.

Per questo è utile osservare l’animale nel corso del tempo, prendendo nota dei giorni buoni e di quelli cattivi, dell’appetito, del sonno, della respirazione, della mobilità, dell’igiene, degli episodi di dolore e dei momenti nei quali appare ancora coinvolto nella vita. Non perché una tabella possa sostituire il giudizio clinico o decidere automaticamente quando sopprimere un animale, ma perché la memoria affettiva è selettiva. Dopo una giornata molto difficile possiamo credere che non vi sia più alcuna speranza; dopo una mattina serena possiamo dimenticare le crisi delle notti precedenti.

Il monitoraggio rende visibile una traiettoria. Permette di capire se i sintomi sono episodici e controllabili oppure se i momenti di sollievo stanno diventando eccezioni sempre più brevi all’interno di una sofferenza dominante.

Il dolore non è l’unica forma di sofferenza

Nell’immaginario comune, il criterio decisivo per sopprimere un animale è il dolore fisico. È certamente un elemento centrale, ma non è l’unico. Un animale può vivere una condizione gravemente compromessa anche in assenza di manifestazioni dolorose facilmente riconoscibili.

La dispnea, cioè la sensazione di non riuscire a respirare adeguatamente, può essere profondamente angosciante. Lo stesso vale per la nausea persistente, la fame associata all’impossibilità di alimentarsi, la sete non controllabile, le convulsioni ripetute, il prurito incoercibile, il panico, la perdita dell’equilibrio o il disorientamento causato da alcune patologie neurologiche e dalla disfunzione cognitiva.

Anche l’immobilità richiede una lettura attenta. Non poter più camminare non determina automaticamente una qualità della vita inaccettabile. Alcuni animali con paralisi o gravi limitazioni motorie possono adattarsi bene, mantenere interesse per l’ambiente e vivere senza dolore con l’aiuto di ausili e assistenza. La condizione cambia quando l’immobilità comporta piaghe, impossibilità di urinare o defecare senza sofferenza, cadute continue, paura, isolamento, dolore non controllato o una dipendenza assistenziale che non riesce più a garantire dignità e comfort.

La dignità, riferita a un animale, non dovrebbe essere confusa con i criteri estetici umani. Un cane non perde dignità perché necessita di essere pulito o aiutato a sollevarsi. Può però perdere benessere se rimane a lungo bagnato di urina, se sviluppa lesioni cutanee, se prova angoscia durante ogni spostamento o se non riesce più a trovare una posizione nella quale riposare. Ciò che conta non è quanto la situazione appaia penosa a chi guarda, ma ciò che comporta per chi la vive.

Anche la demenza animale, più correttamente definita sindrome da disfunzione cognitiva, pone interrogativi complessi. Un animale può confondersi, invertire il ritmo sonno-veglia, rimanere bloccato negli angoli, vocalizzare di notte, perdere abitudini consolidate o non riconoscere immediatamente persone e luoghi. Non ogni segno cognitivo rende necessaria l’eutanasia. È però necessario valutare se il disorientamento sia episodico e trattabile oppure se abbia trasformato l’esistenza in una condizione prevalente di paura, agitazione o estraneità.

Quando le cure palliative sono ancora una possibilità

Prima di concludere che non vi siano alternative, è importante verificare con il medico veterinario se i sintomi siano stati compresi e trattati in modo adeguato. Il dolore cronico, ad esempio, può richiedere una terapia multimodale, cioè l’impiego coordinato di farmaci e interventi che agiscono attraverso meccanismi diversi. Nausea, inappetenza, ansia, difficoltà motorie e disturbi del sonno possono talvolta essere ridotti attraverso una revisione del piano terapeutico.

Una valutazione specialistica può essere utile nei casi oncologici, neurologici, cardiologici, nefrologici o ortopedici complessi. Chiedere un secondo parere non significa sfiduciare il veterinario curante, ma cercare di comprendere meglio diagnosi, prognosi e margini di intervento. Occorre tuttavia distinguere una possibilità clinicamente ragionevole dalla ricerca indefinita di un’eccezione. Quando ogni nuovo trattamento produce effetti collaterali maggiori dei benefici, quando le procedure richiedono ricoveri e manipolazioni che l’animale vive con forte stress o quando la probabilità di recuperare un comfort accettabile è estremamente ridotta, la prosecuzione terapeutica può trasformarsi in accanimento.

Le cure palliative hanno senso finché riescono effettivamente a palliare, cioè a proteggere l’animale dai sintomi più gravosi. Non sono una semplice attesa della morte e non consistono nel lasciare che la malattia segua il proprio corso senza interventi. Richiedono monitoraggio, disponibilità a modificare la terapia, capacità di riconoscere le crisi e un piano condiviso per le emergenze. Le linee guida AAHA raccomandano che, in presenza di una malattia cronica progressiva o terminale, il veterinario discuta con la famiglia non soltanto i trattamenti, ma anche l’evoluzione prevedibile, i limiti delle cure palliative e le condizioni nelle quali l’eutanasia potrebbe diventare l’opzione più protettiva.

Questa pianificazione non anticipa la morte e non toglie speranza. Riduce invece il rischio di dover decidere nel mezzo di una crisi, quando l’animale soffre, la famiglia è sopraffatta e il tempo per comprendere ciò che sta accadendo è quasi inesistente.

Sopprimere un animale prima dell’emergenza

Molte persone sperano che il proprio animale muoia spontaneamente nel sonno. È un desiderio comprensibile: immaginare una morte naturale, silenziosa e senza intervento può sembrare meno traumatico che assumersi la responsabilità dell’eutanasia. Tuttavia, la morte naturale non è necessariamente pacifica.

Alcune patologie possono condurre a insufficienza respiratoria, emorragie, convulsioni prolungate, dolore acuto, collasso cardiocircolatorio o crisi che richiedono un intervento urgente. Non è possibile prevedere con precisione ogni evoluzione, ma il veterinario può spiegare quali scenari siano plausibili nel caso specifico e quali sintomi debbano essere considerati un’emergenza.

Decidere in anticipo quali condizioni non si desidera far vivere all’animale può essere una forma di tutela. Si può stabilire, ad esempio, che una crisi respiratoria non più controllabile, la perdita definitiva della capacità di alimentarsi, un dolore resistente ai farmaci o una successione di episodi neurologici gravi rappresentino il limite oltre il quale non proseguire.

Non significa fissare meccanicamente una data. Significa costruire una soglia clinica ed etica condivisa con il veterinario. In questo modo, la decisione non nasce soltanto dall’emozione del momento, ma da una riflessione compiuta quando era ancora possibile ragionare con maggiore lucidità.

Il rischio di aspettare “un segno inequivocabile” è che quel segno coincida con una crisi estrema. Gli animali, inoltre, non sempre comunicano il dolore come immaginiamo. Possono continuare a cercare la vicinanza dei proprietari o a muovere la coda, perché l’attaccamento e la sofferenza possono coesistere. Una manifestazione affettuosa non annulla necessariamente una condizione clinica gravemente compromessa.

Nello stesso tempo, non è corretto scegliere di sopprimere un animale soltanto perché si teme un possibile peggioramento lontano, quando l’animale conserva un buon equilibrio e i sintomi sono controllati. Il confine non si trova tra la vita perfetta e la morte, ma tra una fragilità ancora assistibile e una sofferenza che le cure non riescono più a contenere.

Il peso del giudizio e la solitudine della scelta di sopprimere un animale

Chi deve decidere può sentirsi intrappolato tra due colpe opposte. Da una parte teme di agire troppo presto, sottraendo all’animale giorni o settimane che avrebbero potuto essere ancora buoni. Dall’altra teme di aspettare troppo, trattenendolo in vita per non affrontare il proprio dolore.

Questa ambivalenza non dimostra incapacità decisionale. È la conseguenza del fatto che l’animale non può formulare verbalmente una scelta e che la persona deve interpretarne l’interesse assumendosi una responsabilità irreversibile. Anche quando l’indicazione clinica è chiara, il legame affettivo non permette di vivere l’eutanasia come una semplice conclusione razionale.

Il medico veterinario non dovrebbe limitarsi a pronunciare una sentenza, né trasferire interamente il peso sul proprietario con una frase come “deve decidere lei”. La decisione è moralmente del responsabile dell’animale, ma deve essere sostenuta da una comunicazione professionale esplicita. Il veterinario può chiarire se esistano trattamenti realistici, quale sofferenza sia presente, quale evoluzione sia prevedibile, quali segnali indichino un peggioramento irreversibile e quale sia la propria valutazione sul benessere del paziente.

Il consenso informato, richiamato anche dal Codice deontologico veterinario, non è la firma apposta su un modulo, ma un processo di comprensione. Il proprietario dovrebbe poter chiedere che cosa accadrà durante la procedura, se verrà somministrata una sedazione, quali reazioni fisiche potrebbero verificarsi, se sia possibile rimanere accanto all’animale e come verrà accertato il decesso.

Le linee guida dell’American Veterinary Medical Association stabiliscono che i metodi eutanasici devono determinare una rapida perdita di coscienza, seguita dalla morte, riducendo al minimo dolore e distress. Le modalità operative devono essere scelte dal veterinario in relazione alla specie, alle condizioni cliniche e alle circostanze, tutelando contemporaneamente il benessere dell’animale e la sicurezza delle persone presenti.

Sapere in anticipo che possono comparire movimenti riflessi, respiri terminali o rilassamento degli sfinteri evita che fenomeni fisiologici successivi alla perdita di coscienza vengano interpretati come segni di sofferenza. La spiegazione non elimina il dolore dell’esperienza, ma può proteggerne il ricordo da immagini incomprese e traumatiche.

La famiglia, il veterinario e una responsabilità condivisa

La qualità della vita dell’animale non può essere separata del tutto dalla capacità della famiglia di assisterlo. Questo punto richiede grande delicatezza, perché nessuno dovrebbe sentirsi accusato di non amare abbastanza il proprio animale a causa di limiti economici, fisici o organizzativi.

Un’assistenza palliativa complessa può richiedere somministrazioni frequenti di farmaci, sollevamento di animali pesanti, pulizia continua, alimentazione assistita, visite ripetute e sorveglianza notturna. Se il caregiver è anziano, malato, solo o privo di risorse adeguate, alcune cure possono non essere realisticamente sostenibili. Ignorare questi limiti non protegge l’animale: può esporlo a terapie somministrate in modo irregolare, periodi senza assistenza o emergenze non gestibili.

La letteratura veterinaria più recente propone perciò di considerare anche la qualità della vita familiare, riconoscendo l’interdipendenza tra benessere dell’animale, risorse dei caregiver, caratteristiche della malattia e sostenibilità del piano di cura. Ciò non significa attribuire lo stesso peso a ogni disagio umano e alla sofferenza del paziente, né giustificare un’eutanasia di convenienza. Significa costruire un progetto assistenziale che possa essere realmente attuato e che non esista soltanto sulla carta.

Anche il veterinario porta un peso morale. La sua professione è orientata a curare e proteggere la vita animale, ma include la responsabilità di interromperla quando questa è divenuta veicolo di sofferenza non più controllabile. Il filosofo Bernard Rollin, tra i principali studiosi dell’etica veterinaria, ha osservato che il medico veterinario deve vigilare sia contro una decisione eutanasica prematura, sia contro il rischio che il proprietario, per l’incapacità comprensibile di separarsi, spinga le cure oltre il punto compatibile con l’interesse dell’animale.

La decisione migliore nasce quindi da un’alleanza: la famiglia conosce il carattere, le abitudini e le trasformazioni quotidiane dell’animale; il veterinario possiede gli strumenti clinici per interpretare i sintomi, stimare la prognosi e valutare le possibilità terapeutiche. Nessuno dei due sguardi è sufficiente da solo.

L’etica della responsabilità: amare senza possedere

Nella riflessione filosofica di Hans Jonas, la responsabilità nasce dalla vulnerabilità dell’essere vivente affidato al nostro potere. Nel momento in cui un altro essere dipende dalle nostre decisioni, la libertà non consiste nel fare ciò che allevia maggiormente noi stessi, ma nel rispondere delle conseguenze che le nostre azioni avranno su di lui.

Un animale domestico vive dentro una radicale asimmetria. Non sceglie il veterinario, non comprende il significato di una terapia invasiva, non può chiedere che un trattamento venga interrotto. La persona che lo accudisce deve scegliere al suo posto e, proprio per questo, dovrebbe cercare di decentrare il proprio desiderio.

L’amore, in questa fase, può assumere due forme opposte ma ugualmente sincere. Può esprimersi nel continuare a curare, adattare la casa, sostenere il corpo fragile e difendere ogni giornata ancora buona. Può esprimersi anche nell’accettare che il tempo condiviso sia arrivato al limite e impedire che la morte sopraggiunga attraverso una sofferenza evitabile.

Il problema etico non è scegliere sempre la vita o scegliere sempre l’eutanasia. È comprendere quando la prosecuzione biologica non serva più l’essere vivente, ma soltanto il bisogno umano di rimandare la separazione. Allo stesso modo, occorre riconoscere quando il desiderio di evitare il dolore anticipatorio rischi di abbreviare una vita che conserva ancora interesse, comfort e relazione.

Paul Ricœur ha descritto l’identità come una storia che si costruisce nel tempo e nella relazione. Anche il legame con un animale possiede una dimensione narrativa: è fatto di gesti ripetuti, luoghi, orari, parole comprese dal tono e rituali quotidiani. La fase terminale non cancella questa storia, ma ne diventa l’ultimo capitolo. Il modo in cui viene attraversata può influire profondamente sul lutto successivo, non perché esista una morte perfetta, ma perché sapere di avere cercato l’interesse dell’animale può diventare, nel tempo, una forma di riconciliazione.

Il momento dell’eutanasia e la possibilità di esserci

Quando la decisione di sopprimere un animale è stata presa, è possibile concordare con il veterinario le condizioni della procedura. In alcune situazioni l’eutanasia può avvenire in ambulatorio; in altre è disponibile un servizio domiciliare. Non esiste un luogo universalmente migliore. Alcuni animali vivono la casa come l’ambiente più sicuro, mentre altri necessitano di attrezzature o assistenza che rendono più appropriata la struttura veterinaria.

È utile chiedere se sia prevista una sedazione preliminare. In molti protocolli per animali da compagnia la sedazione o l’anestesia consentono di ridurre paura, agitazione e percezione delle manipolazioni successive. Le scelte farmacologiche e tecniche spettano comunque al medico veterinario, che deve adattarle alle condizioni del paziente. Le linee guida internazionali insistono sul fatto che una procedura eutanasica debba produrre perdita di coscienza e morte nel modo più rapido e privo di stress ragionevolmente possibile.

Restare presenti è una scelta personale. Alcune persone desiderano tenere l’animale tra le braccia, parlargli e accompagnarlo fino all’ultimo respiro. Altre sentono di non essere in grado di assistere alla procedura. Non dovrebbe esserci giudizio in nessuna delle due decisioni. Ciò che conta è che l’animale sia accudito da persone capaci di proteggerlo e che il proprietario riceva informazioni sufficienti per scegliere consapevolmente.

Quando possibile, può essere importante evitare fretta e rumore, lasciare il tempo per un saluto e permettere che l’animale mantenga un contatto con odori e voci familiari. Non si tratta di costruire una scena ideale, che la realtà potrebbe non rispettare, ma di ridurre gli elementi di paura in un momento già fragile.

Dopo la decisione: il dubbio che ritorna

Il lutto per un animale sottoposto a eutanasia possiede spesso una caratteristica particolare: alla tristezza si accompagna il dubbio. “Era davvero il momento?”, “Avrei potuto aspettare?”, “Ho deciso per lui o per me?”, “E se avesse avuto ancora qualche giorno buono?”.

Queste domande non provano che la scelta sia stata sbagliata. Nascono dal fatto che l’eutanasia interrompe una vita in un momento scelto e rende visibile una responsabilità che nella morte naturale rimane più nascosta. La mente torna allora sulle ultime ore, cerca alternative e confronta ciò che è accaduto con un futuro immaginario nel quale l’animale sarebbe forse migliorato.

Può essere utile ricostruire non soltanto l’ultimo giorno, ma l’intero quadro clinico: la diagnosi, i sintomi, la risposta alle terapie, le crisi precedenti, la prognosi e le motivazioni condivise con il veterinario. Una decisione non deve essere valutata in base alla possibilità astratta che esistesse ancora qualche momento sereno, ma rispetto al rischio concreto di prolungare o aggravare una sofferenza non più controllabile.

Anche quando la scelta è clinicamente fondata, il senso di colpa può permanere. Il lutto per la perdita di un animale domestico non segue la logica di una cartella clinica. La persona può sapere razionalmente di aver protetto l’animale e continuare a sentire di averlo tradito. In questa frattura tra ciò che si sa e ciò che si prova è spesso necessario concedersi tempo, parlare con qualcuno capace di riconoscere il valore del legame e non ridurre la perdita con frasi come “era soltanto un animale”.

Sopprimere un animale quando la cura diventa protezione dal dolore

Non esiste una formula capace di indicare con esattezza il giorno giusto. Esistono però domande che possono orientare: i sintomi sono ancora controllabili? L’animale riesce a riposare, respirare, alimentarsi e muoversi con un comfort sufficiente? Conserva interesse per l’ambiente e per le relazioni? Le giornate buone sono ancora realmente buone o sono soltanto pause brevi tra crisi sempre più gravi? Le cure offrono benefici oppure aggiungono paura e fatica senza restituire benessere? Che cosa potrebbe accadere durante il prossimo peggioramento?

La risposta deve essere costruita insieme al medico veterinario e aggiornata man mano che la malattia evolve. In Italia, l’eutanasia di un animale da compagnia non è un atto che il proprietario possa compiere autonomamente: è un atto medico riservato al veterinario e giustificato, sul piano deontologico, dalla necessità di evitare sofferenza psicofisica o dolore inaccettabili, oltre che dagli altri casi espressamente previsti dalla legge.

Decidere di sopprimere un animale non significa stabilire che la sua vita non abbia più valore. Può significare, al contrario, riconoscere che quel valore non coincide con la semplice prosecuzione delle funzioni biologiche. Significa accettare che la responsabilità della cura comprende anche un limite e che, quando ogni possibilità ragionevole di sollievo è stata superata, impedire un’ulteriore sofferenza può diventare l’ultima forma della protezione.

Non sarà una scelta priva di dolore. Probabilmente non sarà nemmeno una scelta priva di dubbio. Ma l’amore per un animale non si misura soltanto nel tempo che siamo riusciti a trattenerlo accanto a noi. A volte si misura anche nella capacità di non chiedergli di restare oltre il punto in cui la vita ha smesso di essere, per lui, un luogo sufficientemente abitabile.

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