Vorrei che mia mamma morisse

È un titolo duro, lo so. L’ho scelto perché è la frase più onesta che riesco a dire, e perché immagino che qualcun altro, là fuori, la pensi senza avere il coraggio di pronunciarla. Mia madre ha quasi 85 anni e da qualche anno vive in un istituto per anziani, in un reparto specializzato per persone con decadimento neurocognitivo. Ha una demenza avanzata, probabilmente Alzheimer. Io sono sua figlia, mi chiamo Christina, e da anni scrivo su questo sito le storie di altre persone. Oggi scrivo la mia.

Una madre che non mi riconosce

Mia mamma non mi riconosce più come figlia. Capisce che tra noi c’è un legame, lo sente, ma non sa collocarlo: più spesso pensa che siamo sorelle. A volte riesco a farla sorridere dicendole che ci somigliamo e abbiamo gli stessi occhi. Ha momenti, a sprazzi, di consapevolezza, ma non si esprime in modo compiuto. Usa parole sbagliate, e solo chi la conosce da una vita riesce a capire che cosa intenda davvero. Eppure l’affetto c’è, è evidente, e a volte riesce perfino a trasmettermelo.

È in questi momenti che mi dice, con una frequenza che non smette di ferirmi: «sono morta», oppure «voglio morire». Ogni tanto, più raramente, «ho paura».

Quello che percepisco è una sofferenza soprattutto psicologica e mentale, e in parte forse anche fisica. Vedo una persona spaventata in un mondo che non riconosce più.

Il peggioramento è stato netto dopo la morte di mio padre, nel 2018. Da allora è come se qualcosa si fosse sciolto in modo definitivo.

Cosa ho cercato di fare

Avevamo parlato tante volte, anche con mio papà, di situazioni come questa, e la conclusione era sempre quella di preferire la morte. 

Mi sono informata, ho studiato le possibilità. In Italia il suicidio assistito è stato aperto da alcune sentenze e seguito in diversi casi dall’Associazione Luca Coscioni, ma riguarda persone che soffrono in modo profondo e che sono ancora in grado di autodeterminarsi. Mia madre, con ogni probabilità, non verrebbe riconosciuta capace. Non potrebbe nemmeno autosomministrarsi un farmaco. Non dipende da macchinari, mangia, a volte da sola, a volte imboccata: non c’è nessun trattamento da sospendere.

Mia mamma, anni fa, ha sottoscritto le Disposizioni Anticipate di Trattamento, e in quelle carte aveva scritto di non volere, in una condizione estrema, cure che prolungassero la sua vita. Ma le DAT consentono di rifiutare o interrompere trattamenti. Non autorizzano ad accelerare la morte, e qui non c’è nulla da interrompere.

Ho guardato anche fuori dall’Italia. In Olanda l’eutanasia è prevista in modo più ampio, ma è pressoché riservata ai cittadini e ai residenti olandesi, e non sono nemmeno certa che il suo caso rientrerebbe. La Svizzera accoglie persone straniere, ma per il suicidio assistito, che richiede capacità di decidere.

Il corpo che resiste

C’è un’ironia crudele in tutto questo. Mia madre viene da una famiglia longeva: una sua zia è morta a 107 anni. Il suo corpo è forte, la sua mente se ne va. Così mi ritrovo a sperare in qualcosa che nessuno dovrebbe sperare, e a sapere che potrebbe non arrivare per molto tempo.

Che cosa significa davvero questa frase

Mi sono chiesta tante volte se desiderare la morte di mia madre sia un tradimento. Credo di no. Credo che dentro quella frase ci siano in realtà due desideri diversi, che il dolore mescola: il desiderio che lei smetta di soffrire e il desiderio che muoia. Quasi sempre coincidono nel pensiero, ma non nella sostanza. Il primo è amore. Il secondo è soltanto l’unica via d’uscita che riesco a vedere.

Christina Sponza



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