
Don Lanfranco Casali e il diamante blu: forse il problema non è la sua scelta, ma una normativa che non sa più raccontare le persone
La diamantificazione delle ceneri di un sacerdote ha acceso il dibattito tra volontà individuale, religione e regole. Ma il caso Casali pone una domanda molto più grande: il diritto funerario italiano è ancora capace di rispondere al modo in cui oggi vogliamo ricordare i nostri morti?
di Nicholas Cavalca – NikFuneralManager
Le ceneri di don Lanfranco Casali sono diventate un diamante blu. Detta così sembra quasi una notizia costruita per sorprendere, e infatti ha sorpreso. Don Lanfranco, sacerdote morto a 93 anni, aveva però pensato alla propria morte molto prima che arrivasse. Nel 2024 aveva registrato un video nel quale spiegava personalmente ciò che desiderava: essere cremato, vedere parte delle proprie ceneri trasformate in un diamante e fare in modo che quella pietra diventasse testimonianza del significato che lui stesso attribuiva alla propria vita e alla propria fede. Non cercava di sfuggire alla morte e nemmeno di cancellare il significato religioso della propria esistenza. Al contrario, aveva costruito attorno a quella scelta una precisa simbologia spirituale: continuare, attraverso quel piccolo diamante, a riflettere quella luce che aveva accompagnato il suo ministero.
Concentrarsi soltanto sul diamante, però, rischia di farci perdere la parte più importante della vicenda. Don Lanfranco aveva scelto e aveva spiegato perché. Quando parliamo di funerali, cremazione, destinazione delle ceneri e memoria dei defunti abbiamo ancora una curiosa tendenza a parlare moltissimo delle convinzioni di chi rimane e molto meno di quelle di chi è morto. Eppure dovrebbe essere proprio da queste ultime che iniziamo a ragionare.
La vicenda ha inevitabilmente suscitato un dibattito, anche all’interno della Chiesa, ma credo che sia necessario allargare lo sguardo. Da professionista che da quasi vent’anni si occupa quotidianamente di servizi funebri e normativa di polizia mortuaria, la domanda che mi pongo non è soltanto se una determinata pratica sia oggi consentita o vietata. Mi interessa anche capire perché sempre più persone chiedano qualcosa che le nostre norme, semplicemente, non avevano immaginato quando furono scritte.
Il diritto funerario italiano
Il diritto funerario italiano è ancora fortemente legato a una concezione della morte profondamente diversa da quella che sta emergendo nella società contemporanea. Il D.P.R. 285/1990, ancora oggi pilastro nazionale della polizia mortuaria, nasce più di trentacinque anni fa. La Legge 130/2001 ha successivamente rappresentato un passaggio fondamentale per la cremazione e la dispersione delle ceneri, mettendo al centro un principio che considero essenziale: il rispetto della volontà del defunto. Da allora, però, il mondo è cambiato enormemente. È cambiato il rapporto con la religione, è cambiata la famiglia, è cambiato il modo di vivere il lutto, è cambiato il rapporto con i cimiteri, sono cambiate le tecnologie e sono cambiate persino le forme attraverso le quali desideriamo conservare la memoria di una persona. La normativa, invece, è cambiata molto meno.
Questo crea inevitabilmente zone nelle quali la società comincia a formulare domande alle quali il legislatore non ha ancora fornito risposte sufficientemente moderne e uniformi. La diamantificazione ne è un esempio quasi perfetto. Quando compare una pratica nuova, la prima reazione del nostro settore è spesso quella di cercare di inserirla forzatamente dentro categorie che conosciamo già: urna, ceneri, dispersione, affidamento, sepoltura, cimitero. Ma cosa succede quando la tecnologia crea qualcosa che quelle categorie non avevano previsto? È precisamente in quel momento che servirebbe il legislatore.
Non per autorizzare indiscriminatamente qualsiasi pratica e nemmeno per trasformare il corpo umano o i resti mortali in beni liberamente disponibili. Servono limiti, procedure, garanzie sulla provenienza e sulla tracciabilità del materiale. Serve stabilire cosa possa essere fatto e cosa debba invece rimanere vietato. Ma soprattutto serve avere il coraggio di disciplinare ciò che esiste già, anziché comportarsi come se una realtà smettesse di esistere semplicemente perché il nostro ordinamento non l’ha ancora descritta adeguatamente. La legge dovrebbe proteggere le persone dentro il cambiamento, non fingere che il cambiamento non stia avvenendo.
La posizione della Chiesa
Persino sul piano ecclesiastico la questione è più articolata di quanto possa apparire. L’Istruzione Ad resurgendum cum Christo del 2016 mantiene una posizione precisa sulla conservazione delle ceneri e vieta la loro trasformazione in ricordi commemorativi, gioielli o altri oggetti. Nel dicembre 2023, tuttavia, il Dicastero per la Dottrina della Fede è tornato sulla materia rispondendo a due quesiti del cardinale Matteo Maria Zuppi proprio in relazione alla conservazione delle ceneri. Il documento conferma espressamente la validità della disciplina precedente. Contemporaneamente introduce un elemento che merita attenzione: a determinate condizioni e nel rispetto delle norme civili, l’autorità ecclesiastica può prendere in considerazione e valutare la richiesta di conservare una minima parte delle ceneri in un luogo significativo per la storia del defunto. rc_ddf_doc_20231209_risposta-card-zuppi-ceneri_it.pdf
Questo non significa, ed è importante dirlo con chiarezza, che la Chiesa abbia autorizzato la diamantificazione. Non lo ha fatto. Significa però che persino istituzioni profondamente fondate sulla tradizione si trovano oggi davanti alla necessità di confrontarsi con forme nuove di conservazione, memoria e rapporto con i resti mortali. Ed è questo, secondo me, il punto interessante.
Il mutamento dei costumi
La tanatologa Maria Angela Gelati, parlando proprio del caso Casali, ha posto l’attenzione su un altro aspetto importante: i riti funebri non sono qualcosa di immobile. Cambiano insieme al nostro rapporto con il corpo, con la memoria, con i legami e con la devozione. Per secoli abbiamo saputo esattamente dove fossero i nostri morti. C’era una tomba, un cimitero, una cappella, un luogo fisicamente separato dalla quotidianità. Oggi questa geografia del lutto sta cambiando. Le ceneri possono essere affidate o disperse nei casi e secondo le modalità previste dall’ordinamento e, contemporaneamente, emergono nuovi modi di concepire la memoria e nuovi rituali.
Credo che il settore funebre debba ascoltare questo cambiamento anziché averne paura. Dietro queste richieste raramente c’è soltanto il desiderio di qualcosa di stravagante. C’è spesso una domanda molto più umana: come voglio essere ricordato? E, dall’altra parte, come voglio continuare a ricordare la persona che ho perduto?
Lo vediamo già oggi nelle cerimonie laiche, nelle musiche che vent’anni fa sarebbero state considerate impensabili durante un funerale, nelle urne personalizzate, nelle dispersioni in luoghi significativi, nelle sale del commiato costruite per raccontare la persona e non soltanto per ospitarne il feretro, nei riti creati dalle famiglie e nelle nuove tecnologie della memoria. Possiamo approvare oppure no ognuna di queste pratiche, ma non possiamo ignorare la direzione nella quale sta andando la società. Il funerale standardizzato, uguale per tutti, sta lentamente lasciando spazio a qualcosa di differente: un rito che tenta di rappresentare la biografia della persona. E credo che il professionista funebre del futuro dovrà saper fare proprio questo: non imporre un catalogo di morte, ma riuscire a tradurre una vita in un commiato.
Affermare la centralità della volontà del defunto, naturalmente, non significa sostenere che qualsiasi desiderio debba automaticamente essere eseguito. La volontà personale incontra necessariamente i limiti stabiliti dalla legge, dalla tutela della dignità umana, dalla sanità pubblica e dagli altri interessi che l’ordinamento considera meritevoli di protezione. Ma credo che il ragionamento debba partire dalla direzione opposta rispetto a quella che troppo spesso vediamo. Non dovremmo domandarci semplicemente: “È una cosa nuova, quindi possiamo vietarla?”. Dovremmo chiederci: “È una nuova esigenza delle persone. Possiamo disciplinarla in maniera sicura, dignitosa e rispettosa?”.
Se la risposta è sì, allora il legislatore dovrebbe avere il coraggio di farlo. Se la risposta è no, dovrebbe stabilire chiaramente perché. Quello che non possiamo più permetterci è lasciare professionisti, famiglie, Comuni, Regioni e operatori a interpretare fenomeni contemporanei attraverso norme che non erano state scritte pensando a questi fenomeni.
Il caso Casali, quindi, non dovrebbe diventare semplicemente una guerra tra favorevoli e contrari alla diamantificazione. Sarebbe un’occasione sprecata. Potrebbe invece diventare il punto di partenza per chiedere al legislatore, alle istituzioni, alle confessioni religiose e anche a noi professionisti del settore se siamo ancora capaci di ascoltare ciò che le persone ci stanno chiedendo.
Anche il modo nel quale salutiamo i nostri morti cambia. È arrivato il momento di aggiornare seriamente anche le regole che lo governano, non per cancellare la tradizione e nemmeno per trasformare la morte in un mercato senza confini, ma per aprire gli occhi sulla società che abbiamo davanti.
Don Lanfranco aveva pensato alla propria morte. Aveva deciso e aveva spiegato il significato della propria decisione. Forse il lascito più interessante di questa storia, allora, non è soltanto quel piccolo diamante blu.
È una domanda che riguarda tutti noi: quanto spazio siamo realmente disposti a lasciare alla volontà di una persona quando quella volontà non assomiglia alla nostra?
Nicholas Cavalca – NikFuneralManager
Professionista del settore funebre e studioso di normativa di polizia mortuaria












