
«Sono una mamma sopravvissuta al suicidio del proprio figlio 19enne», ci ha scritto Diana presentando il suo libro. «Leonardo se n’è andato il 4 settembre 2024 e da quel giorno la mia vita si è fermata con lui. Solo una parte ha cercato una via d’uscita, perché ho altri due figli gemelli che all’epoca avevano 17 anni e oggi sono 19enni».
In queste poche righe è già racchiusa una delle verità più difficili del lutto genitoriale: si può continuare a vivere e, nello stesso tempo, sentire che qualcosa di sé si è fermato definitivamente. Le due condizioni non si escludono. Il dolore non cancella la vita che resta; la vita che resta non cancella il dolore.
Ci sono assenze che non occupano semplicemente un posto vuoto. Entrano nelle stanze, siedono a tavola, attraversano le conversazioni, cambiano il significato dei giorni ordinari. Quando il suicidio di un figlio irrompe nella vita di una madre, perfino le parole più consuete — prima, dopo, futuro, famiglia — sembrano perdere il significato che avevano. Diana Rukaj conosce questa frattura dal 4 settembre 2024, il giorno in cui suo figlio Leonardo, a diciannove anni, ha posto fine alla propria vita. Da quella morte è nato Il salto nel silenzio. La storia di un figlio, il dolore di una madre, ma sarebbe riduttivo definirlo semplicemente un libro sul lutto. È piuttosto il tentativo di continuare un dialogo quando l’interlocutore non può più rispondere, di restituire a un ragazzo la complessità della sua vita e, insieme, di imparare a essere ancora sua madre in un modo che nessuno avrebbe mai voluto dover conoscere.
Quando il suicidio di un figlio divide la vita in un prima e un dopo
Il salto nel silenzio nasce precisamente dentro questa cesura. Diana lo definisce «un dialogo continuo» con Leonardo e, pagina dopo pagina, ricostruisce il ragazzo che esisteva prima del 4 settembre 2024: l’infanzia, la sensibilità, l’amore per la famiglia, l’intelligenza, le contraddizioni, le difficoltà e quella sofferenza che progressivamente era diventata parte della quotidianità.
È una scelta narrativa essenziale, perché il suicidio possiede una terribile capacità retroattiva: rischia di riscrivere tutta la vita di una persona alla luce della sua morte. Dopo, ogni ricordo può sembrare un segnale, ogni frase un presagio, ogni giornata triste l’annuncio di ciò che sarebbe accaduto. La biografia viene letta a ritroso e l’ultimo gesto rischia di diventare la chiave interpretativa di tutto ciò che lo ha preceduto.
Diana cerca consapevolmente di opporsi a questa riduzione: «Ho cercato di raccontare Leonardo nella sua interezza, non attraverso il gesto con cui è terminata la sua vita: la sua infanzia, la sua sensibilità, le sue difficoltà, le sue contraddizioni, l’amore per la famiglia e tutto ciò che era prima che il dolore prendesse il sopravvento».
È forse questa la scelta più importante del libro. Leonardo non diventa “il ragazzo che si è suicidato”. È Leonardo. Un figlio, un fratello maggiore di due gemelli, un adolescente sensibile, intelligente, capace di empatia. Sua madre lo ha descritto con un’immagine che attraversa le sue testimonianze pubbliche: un ragazzo che «brillava e sanguinava allo stesso tempo». In un’altra intervista, quando le è stato chiesto che cosa ricordasse di lui, ha risposto semplicemente: «Era il sole».
Dire questo non significa attenuare ciò che è accaduto. Significa, al contrario, restituire alla morte la sua proporzione rispetto alla vita: un evento definitivo non può diventare l’intera identità di chi è morto.
La stessa cautela è raccomandata dall’Organizzazione mondiale della sanità quando invita chi racconta il suicidio a non romanticizzarlo, a non trasformarlo in una soluzione possibile ai problemi, a non descriverne le modalità e soprattutto a non ridurre un evento complesso a una singola causa. Il suicidio, ricorda l’OMS, nasce dall’interazione di fattori molteplici e non può essere spiegato attraverso una formula semplice. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Il libro di Diana, pur nato dall’esperienza più personale che si possa immaginare, si muove intuitivamente nella stessa direzione.
Leonardo, l’ADHD e la fatica di sentirsi diverso
Una parte rilevante della storia riguarda l’ADHD, il disturbo da deficit di attenzione e iperattività diagnosticato a Leonardo durante il primo anno delle scuole superiori. Diana racconta anni segnati dalla ricerca di risposte, dalle visite psicologiche e psichiatriche, dai ricoveri, dalle terapie, dalle difficoltà scolastiche e dalle oscillazioni emotive del figlio.
Nel libro usa un’espressione significativa, «le paludi dell’ADHD», e rivolgendosi direttamente a Leonardo descrive una vita vissuta come sulle montagne russe: la concentrazione che viene meno, l’impulso che precede il pensiero, la difficoltà di fermarsi e soprattutto la sensazione di essere contemporaneamente «troppo» e «mai abbastanza».
È una contraddizione che dice molto più di una diagnosi. Secondo Diana, Leonardo aveva avuto fin da bambino una particolare intensità nel percepire il mondo: «sentiva troppo, pensava troppo e questo troppo è diventato negli anni il suo peso». Usava spesso una parola, “dignità”. Per lui aveva un valore particolare, racconta la madre, perché conviveva con la sensazione di essere diverso dagli altri.
La scuola diventò uno dei luoghi nei quali questa distanza si fece più dolorosa. Ci furono una bocciatura, il passaggio a un altro istituto, un piano didattico personalizzato, assenze dovute anche a crisi che lo costringevano a rimanere a letto, terapie farmacologiche e rapporti con insegnanti che, nell’esperienza raccontata dalla madre, non sempre disponevano della preparazione o della disponibilità necessarie per comprenderne le difficoltà.
Diana si interroga ancora oggi su ciò che le istituzioni avrebbero potuto fare diversamente. È una domanda legittima, ma va mantenuta nella forma interrogativa con cui nasce. Nessuno, a posteriori, può stabilire una concatenazione semplice tra un insuccesso scolastico, una diagnosi, una decisione terapeutica e il suicidio di una persona.
La ricerca scientifica mostra effettivamente un’associazione tra ADHD e comportamenti appartenenti allo spettro suicidario. Una metanalisi pubblicata nel 2019 su Neuroscience & Biobehavioral Reviews, basata su 57 studi, ha riscontrato un’associazione significativa tra ADHD, ideazione suicidaria, tentativi e morte per suicidio. Ma un’associazione epidemiologica non è una spiegazione biografica: non consente di affermare che l’ADHD abbia “provocato” la morte di Leonardo, né che una diagnosi conduca inevitabilmente verso un determinato esito. (PubMed)
È importante dirlo proprio perché Diana desidera parlare alle famiglie. Una condizione psicologica o neuroevolutiva non è un destino. E una persona non coincide mai con la propria diagnosi.
Sapere che un figlio soffre e non riuscire a salvarlo dal dolore
La storia di Leonardo è ancora più difficile da raccontare perché la famiglia non era inconsapevole della sua sofferenza. Non appartiene a quelle vicende nelle quali, dopo la morte, i familiari scoprono improvvisamente un mondo interiore rimasto completamente nascosto.
C’erano stati segnali gravi. C’erano stati precedenti tentativi di morire. C’erano stati psicologi, psichiatri, cure e ricoveri. Questo rende particolarmente dolorosa una domanda che attraversa implicitamente Il salto nel silenzio: che cosa può fare una madre quando conosce la sofferenza di suo figlio, cerca aiuto e tuttavia non riesce a sottrarlo a quella sofferenza?
La maternità è spesso immaginata come una forma radicale di protezione. Dalla nascita in avanti si cura, si anticipa il pericolo, si consola, si cerca una soluzione. Di fronte alla sofferenza psichica grave, questa grammatica della protezione può entrare in crisi. Non tutto può essere preso sulle proprie spalle. Non tutto può essere guarito con l’amore. E riconoscere questo limite, per un genitore, può essere devastante.
Dopo un suicidio, poi, il passato viene sottoposto a un interrogatorio incessante. Perché non l’ho capito? Perché non ho insistito? Perché quel medico? Perché quella scuola? Perché non sono rimasta con lui? Perché non ho interpretato quella frase? Perché proprio quel giorno?
Sono domande nelle quali il condizionale passato può diventare una prigione.
La letteratura sul lutto per suicidio mostra infatti alcune peculiarità rispetto ad altre forme di perdita. Una revisione sistematica degli studi controllati ha rilevato, tra le persone che hanno perso qualcuno per suicidio, una maggiore presenza di sentimenti legati al rifiuto, alla vergogna, allo stigma, alla necessità di nascondere la causa della morte e alla colpa. Altri studi hanno evidenziato il possibile intreccio con depressione, sintomi post-traumatici e forme persistenti di lutto. (PubMed)
Diana sintetizza il proprio percorso con poche parole: «Ho fatto pace con le mie colpe». Non dice di avere cancellato le domande. Dice di aver fatto pace. La differenza è enorme.
Il suicidio di un figlio e la domanda senza risposta: perché?
Chi perde qualcuno per suicidio eredita spesso una domanda che non possiede una risposta definitiva. “Perché?” sembra la parola più semplice, eppure può diventare la più vertiginosa.
Si cercano spiegazioni nella diagnosi, negli ultimi giorni, nei rapporti familiari, nella scuola, negli amori, nei farmaci, nelle parole pronunciate e in quelle taciute. È un movimento comprensibile: la mente umana fatica ad abitare un evento privo di causalità leggibile. Dare una causa significa costruire una sequenza; costruire una sequenza significa restituire almeno in parte un ordine a ciò che ha distrutto l’ordine.
Eppure proprio il suicidio resiste alle spiegazioni monocausali.
Anche quando una persona lascia delle parole, quelle parole non costituiscono necessariamente una spiegazione completa della propria morte. Diana racconta che Leonardo aveva lasciato un messaggio rivolto a lei, al padre e ai due fratelli. Non è necessario riprodurlo. È sufficiente sapere ciò che una madre vi ha riconosciuto: la sofferenza del figlio e, insieme, una richiesta d’amore.
Raccontare responsabilmente una morte per suicidio significa anche accettare il confine del nostro sapere. Forse è qui che il libro di Diana diventa più interessante di una semplice autobiografia. Il salto nel silenzio non pretende realmente di risolvere Leonardo. Gli parla. Ed è molto diverso.
Scrivere a chi è morto
Diana definisce il libro «un dialogo continuo con lui».
Questa forma — una madre che continua a rivolgersi al proprio figlio — potrebbe apparire, secondo una concezione ormai datata del lutto, come l’incapacità di separarsi. Per molto tempo, infatti, una parte della cultura psicologica occidentale ha rappresentato l’elaborazione del lutto attraverso immagini di distacco: sciogliere il legame, accettare la separazione, investire altrove l’energia affettiva.
Gli studi contemporanei sul lutto hanno reso questa visione molto più complessa. Il concetto di continuing bonds, sviluppato nella ricerca sul lutto e ulteriormente approfondito negli anni successivi, descrive la possibilità che la relazione con la persona morta non venga semplicemente eliminata, ma trasformata. Dennis Klass ha continuato a mostrare come questi legami possano assumere forme individuali, familiari, culturali e persino spirituali: ricordare, parlare interiormente con chi non c’è più, custodirne valori, raccontarne la storia, interrogarsi su ciò che avrebbe pensato. Non necessariamente un’incapacità di accettare la morte, dunque, ma una delle modalità attraverso cui l’essere umano integra nella propria esistenza una relazione che la morte ha modificato senza poterla rendere insignificante. (PubMed)
La frase che Diana ci ha affidato sembra esprimere questa intuizione senza bisogno di alcun vocabolario psicologico: «Una madre che ricorda il figlio non vive nel passato, ma custodisce il suo presente interiore». È forse una delle definizioni più esatte dell’intero libro.
Leonardo appartiene al passato cronologico: non può essere incontrato domani, non invecchierà, non festeggerà altri compleanni. Ma appartiene al presente affettivo di sua madre. Il rapporto continua attraverso la memoria, la scrittura, le parole rivolte a lui e ciò che della sua esistenza viene portato nel futuro.
Paul Ricœur, riflettendo su memoria e identità, ha mostrato quanto il ricordo non sia una semplice conservazione fotografica di ciò che è stato. Ricordare significa anche riconoscere una presenza nell’assenza, custodire la traccia di ciò che non è più disponibile all’esperienza immediata. Nel lutto questa tensione diventa quasi fisica: la persona non c’è e tuttavia continua a essere parte della nostra storia, delle decisioni che prendiamo, della persona che siamo diventati.
Diana non scrive per riportare indietro Leonardo. Scrive perché la morte non abbia l’ultima parola sulla definizione di chi Leonardo è stato.
L’assenza che si siede a tavola
Tra le pagine che Diana considera più rappresentative del libro ce ne sono alcune nelle quali il linguaggio abbandona quasi completamente il tentativo di spiegare e diventa immagine.
«Ci si abitua a vivere con l’assenza. La si fa sedere a tavola. La si fa entrare in casa. La si porta con sé nelle relazioni con gli altri, nei sorrisi forzati, nei giorni normali che non sono più normali». È difficile trovare un’immagine più concreta di questa.
L’assenza dopo la morte di un figlio non coincide con il vuoto. Il vuoto sarebbe, paradossalmente, più semplice: uno spazio nel quale non c’è nulla. L’assenza invece è uno spazio continuamente riferito a qualcuno. Una sedia è la sedia sulla quale sedeva. Una ricorrenza è quella alla quale avrebbe partecipato. Un ragazzo incontrato per strada può avere la sua età. Una canzone può contenere un pomeriggio remoto. Il calendario continua a produrre anniversari che il corpo riconosce prima ancora della mente.
Per questo il lutto non procede secondo una linea nella quale ogni giorno ci si allontana un poco di più dalla persona morta. Vi sono giorni nei quali la distanza sembra aumentare e altri nei quali un particolare insignificante la annulla.
Diana descrive questa condizione con un’altra immagine durissima: «si impara a vivere come un reduce di guerra: senza un arto, senza un polmone, senza un occhio, senza quella parte di noi che se n’è andata per sempre da questa terra». La metafora non promette restituzione. Un reduce non torna identico a prima. Impara a vivere in un corpo e in un mondo modificati.
È forse questo uno degli aspetti più sinceri di Il salto nel silenzio: non offre l’idea rassicurante che il dolore, se affrontato correttamente, prima o poi scompaia. Racconta invece una trasformazione.
Essere ancora madre dei figli che restano
Nella storia di Diana c’è poi una tensione che riguarda molte famiglie colpite dalla morte di un figlio e che merita di essere ascoltata senza retorica.
Quando Leonardo morì, i suoi fratelli gemelli avevano diciassette anni. Diana aveva perso un figlio e, nello stesso istante, continuava a essere madre di altri due ragazzi che avevano perso il fratello. Il dolore personale non poteva esaurire la sua maternità.
«Solo una parte ha cercato una via d’uscita», scrive ricordando quei giorni, «perché ho altri due figli gemelli».
Non significa che gli altri figli “costringano” una madre a stare bene. Sarebbe ingiusto sia nei confronti di lei sia nei loro. Significa piuttosto che, dentro il lutto, rimane una responsabilità verso ciò che è vivo.
Ed è proprio qui che si trova uno dei passaggi più belli del libro: «Ma nello stesso tempo, ed è questo l’atto più alto d’amore, si deve nutrire anche ciò che resta vivo. Per i figli che restano. Per noi stessi. Per aiutare gli altri. Perché l’amore non si fermi alla morte, ma la attraversi».
Queste parole sottraggono la speranza a qualsiasi sentimentalismo. Non dicono che “la vita è bella nonostante tutto”, né che ogni tragedia contenga necessariamente un insegnamento. Ci sono eventi dai quali nessuno avrebbe desiderato imparare nulla. Dicono qualcosa di più difficile: che continuare a nutrire la vita non significa tradire chi è morto.
Per una persona in lutto può essere un passaggio enorme. Ridere nuovamente, interessarsi a qualcosa, progettare un viaggio, trascorrere una serata serena possono essere accompagnati da un’improvvisa sensazione di colpa: come posso stare bene se lui è morto?
Il libro di Diana sembra muoversi lentamente verso un’altra possibilità: vivere non contro Leonardo, non dimenticandolo, ma portandolo con sé in una forma nuova.
Dal dolore privato alla parola pubblica
Scrivere Il salto nel silenzio significa anche compiere un passaggio dall’intimità alla testimonianza. «Ci ho messo dentro l’anima», ci ha scritto Diana, spiegando di sperare che la storia possa aiutare «altre persone, ragazzi giovani e fragili, famiglie in difficoltà».
Qui il libro smette di appartenere soltanto a una madre e a un figlio. Diana vuole parlare di salute mentale, prevenzione, fragilità giovanile e difficoltà incontrate dalle famiglie quando chiedono aiuto. Vuole farlo senza trasformare Leonardo in un simbolo e senza trasformare il suicidio in un gesto poetico.
«Uno degli obiettivi più importanti del libro è proprio questo: parlare di suicidio senza romanticizzarlo e senza ridurre una persona alla modalità della sua morte». È una scelta particolarmente preziosa in un’epoca nella quale la narrazione pubblica della sofferenza può facilmente oscillare fra due estremi: il silenzio e la spettacolarizzazione.
L’OMS sottolinea che il modo in cui i media parlano di suicidio non è neutrale. Una rappresentazione sensazionalistica, ripetuta o dettagliata può produrre effetti negativi sulle persone vulnerabili; al contrario, raccontare possibilità di aiuto, sopravvivenza alle crisi e percorsi di adattamento può contribuire alla prevenzione. (Organizzazione Mondiale della Sanità)
Questo non significa che le storie dolorose debbano essere rese edificanti. Significa che occorre raccontarle senza trasformare la morte in una soluzione e senza costruire attorno al gesto un’aura che non gli appartiene.
Diana sembra esserne profondamente consapevole. La sua testimonianza non dice ai giovani che il dolore rende speciali. Dice che il dolore può diventare insostenibile e che per questo deve essere riconosciuto, ascoltato e preso sul serio.
Non dice ai genitori che l’amore basta sempre. Dice, più dolorosamente, quanto possa essere necessario cercare aiuto e quanto una famiglia possa sentirsi sola anche mentre lo sta cercando.
Dare un senso non significa trovare una spiegazione
«Ho scritto un libro», dice Diana, «per riuscire a dare un senso alla vita di mio figlio, alla mia vita».
La parola “senso”, quando viene accostata a una tragedia, richiede cautela. Non tutto ciò che accade possiede un significato nascosto da scoprire. Cercare senso non significa sostenere che Leonardo dovesse morire affinché qualcosa di buono potesse nascere dalla sua morte. Una simile lettura sarebbe ingiusta e, soprattutto, non appartiene alla testimonianza di sua madre.
Il senso può essere qualcosa che viene costruito dopo, non qualcosa che giustifica ciò che è accaduto.
Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento e fondatore della logoterapia, distingueva implicitamente proprio questi due piani: non è necessario considerare positiva la sofferenza per interrogarsi su quale posizione assumere quando una sofferenza non può più essere cancellata. Il significato non redime automaticamente l’evento; può, semmai, riguardare ciò che una persona sceglie di fare della propria esistenza dopo essere stata attraversata dall’irreparabile.
Nel caso di Diana, una delle risposte possibili è la testimonianza. Leonardo non può essere salvato retrospettivamente. Ma la sua storia può forse rendere un genitore più attento, convincere un ragazzo a parlare, ricordare a un insegnante che dietro un comportamento difficile può esserci una sofferenza, spingere una comunità a interrogarsi sul modo in cui accoglie chi non riesce a funzionare secondo ciò che viene considerato normale.
Non sappiamo se accadrà. Ma Diana ha scelto di provarci.
Dopo il suicidio di un figlio, una pace possibile
Verso la fine del brano che ci ha affidato, Diana scrive: «Consumata dal dolore, cerco qualcosa che mi nutra di nuovo dentro, qualcosa che non sia solo sopravvivenza ma senso».
È probabilmente qui che Il salto nel silenzio trova la propria ragione più profonda.
Non nell’idea di “superare” il suicidio di un figlio, perché una madre non oltrepassa semplicemente la morte di un figlio come si supera un ostacolo. E nemmeno nell’obbligo di trasformare una tragedia in qualcosa di positivo.
Piuttosto nel tentativo di trovare una forma di vita capace di contenere contemporaneamente due verità: Leonardo è morto; Leonardo continua ad appartenere alla vita di sua madre.
Tra queste due affermazioni si apre tutto lo spazio del lutto. C’è la fede, alla quale Diana riconosce un ruolo importante. Ci sono i figli che restano. C’è il marito. Ci sono i ricordi. Ci sono le domande rivolte alle istituzioni. C’è la rabbia. Ci sono le colpe con le quali fare pace. C’è la volontà di parlare della salute mentale dei giovani e delle famiglie che spesso si trovano a navigare fra diagnosi, servizi e protocolli senza sapere se stanno facendo abbastanza.
E poi c’è Leonardo. Non soltanto il ragazzo del 4 settembre 2024. Il bambino. L’adolescente. Il fratello. Il figlio che parlava di dignità. Il giovane che secondo sua madre sentiva e pensava troppo. Il ragazzo capace di amare la famiglia. Quello che “brillava e sanguinava”. Quello che per Diana «era il sole».
Una recensione di Il salto nel silenzio non può stabilire se la scrittura abbia guarito qualcosa. Forse non è neppure la domanda giusta.
Può però riconoscere ciò che il libro compie: restituisce un nome dove rischierebbe di rimanere soltanto una modalità di morte, una biografia dove potrebbe sopravvivere soltanto una tragedia, una relazione dove il mondo vede soltanto un’assenza.
Nelle ultime righe del testo che Diana ci ha affidato non c’è una promessa di felicità ritrovata. E forse è proprio per questo che risultano credibili.
«E così, a fatica, un giorno alla volta, si giunge a una forma di calma. Non una pace felice, ma una pace possibile».
Forse il lutto più profondo non chiede molto di più. Non dimenticare. Non smettere di amare. Non fingere che ciò che è accaduto possa essere riparato. Continuare, semplicemente, a nutrire ciò che resta vivo. E permettere che anche chi non c’è più continui, in una forma diversa, a farne parte.
–








