
Trieste, 4 giugno 2026. La morte di Lucia, l’80enne triestina affetta da una grave patologia neurodegenerativa che ha scelto di ricorrere alla morte volontaria assistita in Svizzera, ha riportato al centro dell’attenzione pubblica un tema cruciale nel dibattito sul fine vita: il significato dei trattamenti di sostegno vitale e il loro ruolo nell’accesso al suicidio medicalmente assistito in Italia.
La vicenda è stata al centro della conferenza stampa tenutasi oggi a Trieste dopo la sua morte, durante la quale gli esponenti dell’Associazione Luca Coscioni e di Soccorso Civile hanno denunciato quello che considerano un mancato riconoscimento delle condizioni previste dalla Corte Costituzionale per accedere legalmente al fine vita nel nostro Paese.
Chi era Lucia e perché aveva chiesto di accedere al fine vita in Italia
Lucia aveva 80 anni ed era affetta da degenerazione cortico-basale, una rara malattia neurodegenerativa progressiva e incurabile che provoca il deterioramento di specifiche aree dell’encefalo.
Con il peggioramento della patologia, la donna aveva perso progressivamente la propria autonomia. Era costretta a dipendere dall’assistenza continua dei caregiver per le attività quotidiane, soffriva di dolori diffusi e spasmi e seguiva una complessa terapia farmacologica indispensabile per la gestione della malattia e delle sue complicanze.
Nell’agosto del 2025 aveva presentato domanda all’Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina (ASUGI) per verificare la presenza dei requisiti necessari ad accedere al suicidio medicalmente assistito in Italia, secondo quanto previsto dalla sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale, nota come sentenza Cappato-Antoniani.
Tuttavia, dopo le valutazioni effettuate dalla commissione medica, la richiesta era stata respinta.
Cosa sono i trattamenti di sostegno vitale
Per comprendere il caso Lucia è necessario chiarire il significato dei trattamenti di sostegno vitale, uno dei requisiti fondamentali individuati dalla Corte Costituzionale per accedere al suicidio medicalmente assistito.
La sentenza 242/2019 ha stabilito che una persona può richiedere l’accesso alla morte volontaria assistita quando sono contemporaneamente presenti quattro condizioni:
- una patologia irreversibile;
- sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili;
- piena capacità di prendere decisioni libere e consapevoli;
- dipendenza da trattamenti di sostegno vitale.
Proprio quest’ultimo requisito è diventato negli anni il più discusso e controverso.
In una prima interpretazione, i trattamenti di sostegno vitale venivano associati prevalentemente alla presenza di dispositivi medici indispensabili alla sopravvivenza, come ventilatori meccanici, nutrizione artificiale o altre tecnologie sanitarie salvavita.
L’evoluzione della giurisprudenza costituzionale ha però ampliato questa definizione.
Le recenti sentenze della Corte Costituzionale
Negli ultimi anni la Corte Costituzionale è intervenuta più volte per chiarire il significato dei trattamenti di sostegno vitale.
Secondo i giudici costituzionali, il concetto non può essere limitato esclusivamente all’utilizzo di macchinari o apparecchiature mediche. Devono essere considerate anche quelle situazioni nelle quali la sopravvivenza della persona dipende da assistenza continuativa, cure costanti e trattamenti farmacologici indispensabili.
La Corte ha evidenziato che l’elemento centrale non è lo strumento utilizzato, ma la concreta dipendenza del paziente da interventi senza i quali la sua vita sarebbe compromessa.
Questa interpretazione ha avuto un impatto significativo su numerosi casi di fine vita esaminati negli ultimi anni.
Perché il caso Lucia ruota attorno ai trattamenti di sostegno vitale
Nel caso della donna triestina, il punto centrale della controversia riguardava proprio l’interpretazione di questo requisito.
Secondo ASUGI, Lucia non sarebbe risultata dipendente da trattamenti di sostegno vitale. Una conclusione contestata dai suoi legali e dall’Associazione Luca Coscioni, secondo cui la paziente dipendeva in modo continuativo sia dall’assistenza dei caregiver sia da specifiche terapie farmacologiche necessarie per la sopravvivenza e per evitare sofferenze considerate insopportabili.
Nel marzo 2026 era stata quindi presentata una diffida per chiedere una rivalutazione della situazione alla luce delle più recenti pronunce della Corte Costituzionale.
Dopo ulteriori visite domiciliari, però, non sarebbe arrivata alcuna risposta definitiva.
Di fronte al protrarsi dell’attesa e al peggioramento delle proprie condizioni cliniche, Lucia ha deciso di recarsi in Svizzera, dove il 3 giugno ha avuto accesso alla procedura di morte volontaria assistita.
Il problema dei tempi e delle differenze territoriali
La vicenda evidenzia una delle principali criticità del sistema italiano sul fine vita: l’assenza di una legge nazionale organica che disciplini in modo uniforme le procedure.
Attualmente l’accesso al suicidio medicalmente assistito si basa principalmente sui principi stabiliti dalla Corte Costituzionale e sulla loro applicazione da parte delle aziende sanitarie territoriali.
Questo può determinare interpretazioni differenti dei requisiti richiesti, in particolare riguardo ai trattamenti di sostegno vitale, e tempi di valutazione molto variabili da una regione all’altra.
Secondo le associazioni che si occupano di diritti civili e autodeterminazione, proprio queste differenze rischiano di costringere alcuni pazienti a rivolgersi all’estero per ottenere una risposta che non riescono ad avere in Italia.
Un dibattito destinato a proseguire
La storia di Lucia non rappresenta soltanto una vicenda personale segnata dalla sofferenza e dalla malattia. È anche il simbolo di un confronto giuridico e politico ancora aperto sul fine vita nel nostro Paese.
Mentre il Parlamento continua a discutere possibili interventi legislativi, il tema dei trattamenti di sostegno vitale resta uno dei nodi centrali per comprendere chi possa effettivamente accedere al suicidio medicalmente assistito in Italia.
Una questione che, come dimostra il caso di Lucia, può avere conseguenze concrete e decisive sulla vita delle persone che affrontano malattie irreversibili e sofferenze ritenute non più tollerabili.












