Isolamento da Coronavirus. Più difficile elaborare i lutti

L’isolamento forzato, derivante dalle norme di contenimento del contagio da Coronavirus, sta avendo inevitabilmente un impatto molto forte su tanti aspetti della vita, come la riduzione dei contatti umani diretti, lo stravolgimento della dimensione lavorativa, la difficoltà (e spesso proprio l’impossibilità) di stare accanto ai propri cari ammalati.

Un caso particolare a cui prestare molta attenzione è rappresentato dall’eventualità che i propri cari, a cui non si è potuto dare supporto negli ultimi giorni di vita, muoiano in solitudine. Questa circostanza può generare dinamiche psicologiche difficili da gestire, se non affrontate adeguatamente e tempestivamente. Ne abbiamo parlato con Nicola Ferrari, psicopedagogista, responsabile dei servizi per il lutto dell’Associazione Maria Bianchi di Mantova.

Il lutto non vissuto

Il lutto al tempo del Coronavirus può diventare un lutto non vissuto, non condiviso, non espresso e quindi con la potenzialità dirompente di tornare a galla quando sarà troppo tardi o comunque più difficile da elaborare in maniera sana. E’ questo in sostanza il rischio, amplificato peraltro dalla drastica limitazione delle esequie e di tutta quella ritualità, laica o religiosa, che consente di prendere coscienza del fatto avvenuto e di poterlo condividere con altre persone.

Il rischio è anche quello di maturare sensi di colpa per non essere stati in grado di dare sostegno e offrire vicinanza ai propri cari. Pensiamo ad esempio a tutte le persone decedute in un reparto di terapia intensiva in totale isolamento e con una drammatica riduzione del contatto umano, anche a causa dei dispositivi di protezione necessariamente utilizzati dal personale ospedaliero (mascherine, tute, visiere e quant’altro) che rappresentano un’ulteriore barriera allo scambio non verbale.

Pensare agli ultimi giorni di vita di queste persone può far sorgere una senso di profondo malessere, un senso di impotenza e di colpa, anche se l’impossibilità della vicinanza è da attribuirsi a cause di forza maggiore. Viene così a mancare anche quel processo di preparazione alla perdita che si definisce “lutto anticipatorio”.

Il dott. Ferrari fa notare quanto queste situazioni possano essere paragonabili al “lutto degli amanti”, ossia di quelle persone che per forza di cose non sono potute stare accanto al proprio amato o alla propria amata perché appartenenti a un altro nucleo familiare. Dinamiche simili avvengono quando persone residenti all’estero sono nell’impossibilità di tornare in tempo nella madrepatria. E ancora, analogie si possono fare con il caso dei bambini a cui, nel nome di una presunta tutela, talvolta viene del tutto evitata l’esposizione al lutto, salvo poi ingenerare un senso di esclusione e far maturare nel corso degli anni un sentimento di ostilità nei confronti di chi ha negato la partecipazione ai momenti più salienti (come la presenza al funerale).

Isolamento da Coronavirus e lutto. Cosa fare

Se in questa fase di emergenza pandemica non si può far altro che rispettare i limiti imposti, è possibile però intervenire per mitigarne gli effetti negativi. Per quanto concerne il lutto è utile cercare di uscire dalla propria dimensione individuale creando quante più connessioni possibili, anche a distanza. Condividere, è la chiave.

“Bisogna creare le condizioni perché lo strazio di questo lutto soffocato possa respirare a pieni polmoni: il dolore che si narra, che ha pieno diritto di cittadinanza quando trova luoghi, persone, momenti per essere raccontato e accolto da altri, diminuisce, nell’immediato, la sua carica angosciante, permettendo un iniziale senso di maggior sollievo e minore solitudine; se questo processo narrativo si riesce a proseguirlo e a condividerlo con altri nella mia stessa situazione, diventa allora possibile continuare a ricordare il proprio caro, o almeno iniziare a farlo, e a recuperare il suo lascito esistenziale (vero obbiettivo di un percorso rielaborativo)”, si legge in una nota del dott. Ferrari, recentemente pubblicata sulla pagina Facebook dell’associazione.

Bisogna darsi il tempo di vivere il lutto quindi, senza trascurare la possibilità di rivolgersi a professionisti o associazioni, come quella citata, che sono in grado di offrire sostegno anche a distanza, via telefono o email. Il lutto non vissuto è quello potenzialmente più devastante; al lutto negato o non vissuto durante questo periodo di isolamento forzato potrebbe susseguirsi una fase di euforia da fine “quarantena” che potrebbe ridurre ulteriormente le occasioni di condivisione del dolore.

“Quanto inciderà la gioia di poterci riabbracciare – continua Ferrari -, essere liberi e uscire, il desiderio di riprendere quegli impegni che almeno un po’ ci avvicinano alla vita di prima, con il dolore e lo strazio represso di dover andare dopo settimane dal decesso nella casa del papà, del nonno, nell’incontrare i parenti del nostro amico o collega defunto, nello svolgere le pratiche burocratiche ineliminabili? Si vivrà un secondo lutto, condiviso ed espresso, dopo il primo, chiuso e quasi totalmente taciuto?”.

Supporto al lutto. L’Associazione Maria Bianchi

L’Associazione Maria Bianchi è nata nel 1986 a Suzzara (MN) come associazione di volontari per l’assistenza relazionale ai malati terminali e alle persone in lutto. Nel corso degli anni l’attività di assistenza alle persone in lutto si è sviluppata sempre di più ed è diventata la principale attività, fondando anche una sezione a Mantova e contribuendo alla nascita di altri gruppi. L’associazione, il cui nome è in memoria di un’infermiera di Suzzara prematuramente scomparsa, offre sostegno a familiari e amici nel periodo di lutto precedente e successivo al decesso. Il supporto viene prestato tramite gruppi di auto mutuo-aiuto, per corrispondenza o incontri individuali, dando supporto diretto a quasi un centinaio di persone all’anno, senza contare tutte quelle raggiunte grazie a eventi formativi, seminari, convegni.

Per approfondire: www.mariabianchi.it

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