cosa è la morte. Sarcofago-romano_by_Giovanni-Dall-Orto_commons.wikimedia.org_800x375

Si avvicina la fine di ottobre, Halloween, Ognissanti (permettetemi questa “toscanata”) e il giorno della Commemorazione dei Defunti, il “giorno dei Morti”. Ma cosa è la morte?

Per il medico, è quando l’elettroencefalografo non riceve più nessun segnale, e la sua penna segna una linea piatta. Questo è certamente vero, ma la morte è solo questo?

Tutti gli esseri viventi muoiono, al termine del loro ciclo vitale. Bella tautologia, degna di Monsieur de la Palisse, muoiono quando smettono di vivere. Gli animali non muoiono mai, perché quando giunge la morte, non c’è più l’animale. Semplicemente, smettono di vivere. Gli altri della sua specie vedono la carcassa, annusano, girano intorno e non capiscono. Per altre specie è diventato cibo. Comunque la natura farà tornare quella carcassa a sorgente di vita, ed il ciclo si chiude nella grande armonia del Creato.

Anche gli animali hanno paura, ma non della morte, che è fuori della loro esperienza, ma della sofferenza che spesso la precede, il nostro dovere nei loro confronti è di ridurgli il dolore fisico al minimo inevitabile, anche a costo di abbatterli. Quando, alla fine degli anni ’50, mi occupavo di tecniche radioisotopiche presso il Policlinico Umberto I a Roma, poteva essere necessario sacrificare dei topi. Era nostra cura, prima di toccarli, addormentarli con una dose di anestetico dalla quale comunque non si sarebbero risvegliati mai più. Era quanto potevamo fare per loro, ed era stabilito da precise norme di comportamento.

Mr. De la Palisse era un valoroso combattente, ed i suoi soldati, che l’amavano molto, non erano perfetti cretini. In lingua francese, etre en vie significa essere coscienti e pensanti, e la poesiola che tutti conosciamo prende tutt’altro significato: il loro comandante “pensava”. Anche se gli animali possono avere qualche rudimentale forma di pensiero, non possono giungere a concetti astratti, come la morte, ed alla fine smettono di vivere. Noi uomini conosciamo questa idea, l’abbiamo creata noi nella nostra mente. E possiamo morire, anzi, sappiamo di dover morire. Tutti, ed abbiamo paura.

Per noi credenti, morire significa passare dal nostro universo sensibile in un Universo Spirituale, nel quale il tempo e lo spazio non esistono più, l’attimo e l’eternità sono la stessa cosa, che il nostro passaggio sia verso la Luce che verso le tenebre. La preghiera, in questo mondo, ci invita a sperare nella Misericordia Infinita. Ma abbiamo ancora paura. Ed a questo pensiero cosa sentirà l’ateo, un passaggio verso il nulla? E che cosa è il nulla? Ma esistono atei veri?

Cosa strana, mentre grandi e piccoli schermi abbondano di violenza, noi non pronunciamo volentieri la parola morte. Di uno che ha cessato di vivere diciamo che “è scomparso”, “non c’è più”, “non è più qui”, al massimo, se era credente, “è tornato alla Casa del Padre”, tutte frasi che possono essere interpretate in modo completamente diverso. La mia Laura “non c’è più” dopo 57 anni di felice matrimonio, ma come mi esprimerei se, stufa della mia pignoleria, avesse solo deciso di tornare con sua sorella nel nativo Alto Milanese?

Non vogliamo pronunciare la parola “morte” nel tentativo di allontanarla da noi. Cessare di vivere descrive un avvenimento, che non possiamo negare. Morte esprime un concetto astratto, che, come tutti i concetti astratti, non esisterebbe se non avessimo un termine per chiamarlo. Se noi non pronunciamo quel termine, la morte non esiste.

MP

Nella foto: Taormina, sarcofago romano del sec. II d.C. By Giovanni Dall’Orto – Wikimedia Commons

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