Di Emma Luciani*

Emma-Luciani_I-tempi-del-dolore_copertina_425x738Il dolore del lutto ha i suoi tempi: tempi lunghi, come ogni dolore mentale e affettivo. E’ esigente: non può essere liquidato da analgesici (neppure la fede, per chi è credente, può funzionare come un analgesico), né dall’offerta di ragionevoli riflessioni, o dalla ripetizione di affettuosi consigli, e tanto meno dagli impazienti incoraggiamenti che a volte gli amici, stanchi di veder soffrire chi ha subito una perdita, elargiscono più per confortare se stessi che per supportare chi il lutto lo sta vivendo in prima persona.
Il lutto – quello detto “fisiologico” – non è considerato una malattia; però fa sentire profondamente malati. Crea un vuoto dentro, nella mente e nel cuore, o peggio una zona morta, o anche abitata da una pesante presenza oscura, angosciante. Può dar luogo a illusioni percettive – come la sensazione di rivedere lui o lei ancora vivi girare per la strada o passare in macchina -, tiene svegli di notte, impedisce di mangiare, cambia gli odori, i sapori, i colori delle cose.
Risveglia profondi struggimenti al solo accenno di una musica, alla vista di un luogo, al ricordo di una scena vissuta con chi non c’è più. Alla vista di oggetti che sono incomprensibilmente sopravvissuti alla persona, che ci parlano ancora di lei, che mantengono persino il suo profumo, le sue impronte.

Il lutto ci costringe ad attraversare prima uno stato d’incredulità, poi di straniamento, con una sensazione di distacco totale dalla vita precedente, e infine un paradosso: accettare l’assenza di una persona che sentiamo ancora reale, e in qualche modo “attiva” dentro di noi. Chi si trova ad attraversare questa inevitabile esperienza della vita, ha bisogno innanzitutto di tempo, di ascolto, di comprensione; di rispetto e rispecchiamento. Pian piano comprenderemo se il nostro dolore ci sta congelando, ci sta facendo ammalare, oppure se esso sta operando dentro di noi una trasformazione, un passaggio. Se inizialmente è infatti inevitabile “vedere” la persona che abbiamo perso come una presenza malata, sofferente o morta dentro di noi (rimanendo vincolati col ricordo alle ultime scene cui abbiamo assistito: il letto d’ospedale, l’incidente, la malattia, la sofferenza fisica, la bara, il funerale… E immedesimandoci irrealisticamente con la persona perduta, fino al punto da immaginarla ancora viva e infreddolita sotto terra…), successivamente è normale il sollievo di cominciare a sentirla come una traccia positiva e forte nella nostra esistenza, di recuperare la sua figura intera, la sua vita intera, senza limitare quest’ultima agli ultimi penosi istanti, e rievocare un viso sorridente, una figura che siamo stati fortunati a incontrare, ritrovando dentro di noi le funzioni positive che quella persona ha esercitato in noi, per noi. Accogliendo così la sua eredità spirituale.

Talvolta il lutto trascina invece nella disperazione, non evolve, fa davvero ammalare, può far addirittura morire. E’ importante per chi assiste o cerca di aiutare chi ha subito un lutto grave, cogliere i segni di un’iniziale depressione, di un congelamento affettivo duraturo (non limitato all’inevitabile stupore o alla comprensibile freddezza emotiva dei primi giorni), di un feticismo del lutto (la trasformazione di una stanza in una sorta di santuario, per esempio, o di un set psicodrammatico, con la rievocazione straziante, quotidiana, dell’ultima giornata vissuta da chi ci ha lasciati).

Emma-Luciani_I-tempi-del-dolore_elaborazione-del-lutto*Emma Luciani è specialista in Neurologia e in Psichiatria, psicoterapeuta di formazione psicodinamica. Ha lavorato per molti anni nel Servizio psichiatrico pubblico ed è attualmente impegnata nell’Amministrazione del Comune di residenza occupandosi di Servizi Sociali. Affianca all’attività di psicoterapeuta quella della scrittura.
Il volume I tempi del dolore, Piccola guida alla elaborazione del lutto è – nelle parole dell’autrice – un libricino di aiuto che guida passo passo chi si trova nella condizione di un lutto difficile, in modo da favorire un rispecchiamento e un confronto con chi ha vissuto un dolore dello stesso tipo, e aiutare in tal modo a capire, prevenire o affrontare con strumenti adeguati le complicazioni patologiche di un’esperienza che tutti, prima o poi, dobbiamo attraversare, cercando di farla evolvere dentro di noi nella direzione di una maggiore maturità di pensieri e di affetti.

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